Il successo di Galliani e le due facce di Lotito
Di Gianfranco Giubilo - IL TEMPO
ROMA - Molti (troppi?) decenni di onesto esercizio critico sul mondo del calcio, anche in chiave politica, mi concedono il «diritto di mugugno». La facoltà accordata ai camari del porto di Genova di accettare misure impopolari con legittimo esercizio di lamentele. Un esame dei numeri mi vede già in netta minoranza. Tavecchio, la forza del nome dice tutto, carica i paladini della Lega Dilettanti. Ora non dico che sia tutto da rottamare, però non si vedono aperture costruttive. Albertini, se non altro, ha avuto il coraggio di sganciarsi in tempo, ma la realtà dei numeri sancisce la supremazia del dilettantismo, come se il calcio fosse un giocattolo da governare senza interventi economici. Forse si è dimenticato che l’allargamento della serie A, per salvare dal fallimento fin troppi club e altri trascinarne nel baratro, è stato uno dei pilastri della politica federale. Non si intravede una minima volontà di rimettere in moto una Federazione incapace di iniziative concrete o di adeguamento ai tempi. Piace ricordare con quanto entusiasmo erano accolte, a parole, le iniziative per avvicinarsi al mondo dello sport professionistico statunitense, per accorgersi ai primi tentativi che non esistevano soldi per garantire indipendenza ai manager che avrebbero accettato di governare la Lega Pro.
Costruita, adesso, senza i muri maestri delle due più forti società italiane, anche se alla Juve è riservata una porticina di servizio che la Roma ha sdegnosamente rifiutato. Quando Franco Sensi volle candidarsi alla presidenza di Lega, trovò l’implacabile opposizione di quell’Adriano Galliani che rimane, al di là delle marionette mandate al proscenio, il vero padrone di una lega professionistica che già la gestione commissariale di Beretta aveva ampiamente delegittimato. Adesso il nuovo che avanza offre le immagini di Gino Pozzo e Claudio Lotito. Non proprio i personaggi più significativi di questo momento particolarmente delicato del nostro calcio, che la grande maggioranza delle società sta vivendo in una sorta di coma, neanche tanto vigile. Se un referendum fosse chiamato a designare le cariche future, difficilmente farebbe le stesse scelte che si vanno delineando. Se i tifosi fossero chiamati a votare la peggiore gestione societaria in atto, non ci sarebbe alcun dubbio sul suffragio universale sul presidente della Lazio. Quello che i suoi tifosi hanno contestato e condannato senza appello.
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