ROMA – Ieri pomeriggio su Lazio Channel mandavano in onda i venti gol più belli del 2014. Keita imperversava: dribbling, scatto sulla linea di fondo, cross al centro dell’area di rigore e gol, spesso di Candreva, miglior marcatore con 12 centri a fine stagione. Immagini lontane e del passato campionato.…
ROMA – Ieri pomeriggio su Lazio Channel mandavano in onda i venti gol più belli del 2014. Keita imperversava: dribbling, scatto sulla linea di fondo, cross al centro dell’area di rigore e gol, spesso di Candreva, miglior marcatore con 12 centri a fine stagione. Immagini lontane e del passato campionato. Eppure non possono essere evaporate: 25 presenze, 5 gol e 5 assist, quasi tutti racchiusi nel girone di ritorno, quando la Lazio aveva ceduto Hernanes all’Inter e si era convertito al 4-3-3 portando Lulic in mezzo con Ledesma e Biglia e inventando Mauri nel ruolo di finto centravanti. Klose fuori un mese e mezzo per uno stiramento. Lo spagnolo era diventato protagonista e aveva fatto la differenza, trascinando la Lazio a un passo dall’Europa. Il tandem Reja-Bollini lavorava per esaltarne le doti nell’uno contro uno. Movimenti costruiti per portare il numero 14 e Candreva a turno in area oppure sulla linea di fondo per far diventare i cross ancora più pericolosi. E un centravanti d’area come Djordjevic era ancora al Nantes.
Movimento. Oggi Keita è una riserva. Ha giocato pochissimo rispetto alle previsioni, forse ha contribuito con un approccio poco convincente. S’è aggiunto lo stiramento al polpaccio. Adesso, nelle ultime settimane, si è rimesso pancia a terra negli allenamenti, pronto a riprendersi la squadra. Dovrà risalire le gerarchie. Era nel tridente d’inizio campionato. S’è fatto scavalcare da Mauri e anche dal suo amico Felipe Anderson. Pioli l’ha sganciato da titolare nella partita più difficile, contro la Juventus. E poi lo ha rimesso in panchina. Certo la Lazio ci punta. E non mancherebbero le pretendenti pronte a farsi sotto. Keita può e deve fare la differenza, dimostrando di saper adattarsi e migliorare nel gioco senza palla, come gli chiede Pioli. Il tecnico cerca profondità, gli attaccanti devono correre nello spazio prima ancora di ricevere il pallone. Movimenti a cui lo spagnolo non è molto abituato. Per caratteristiche si muove largo, punta l’uomo, se ne va in serpentina per il cross o si accentra per il tiro. E se un allenatore, come dice Capello, tirare fuori il massimo dai suoi giocatori bisognerà anche gestire l’organico. L’organizzazione tattica non può arrivare al punto di cancellare la fantasia, i colpi, le qualità tecniche. Felipe Anderson lo dimostra. (Corriere dello Sport)
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