ESCLUSIVA - Melli: "Nord sempre piena"
Di Franco Melli
ROMA - Altro che Ice bucket challenge, la doccia gelata che è diventata più moda che suggerimento benefico. Qua siamo nello scenario di Frozen, quel kolossal disneyano che ha conquistato due premi Oscar, e il presidente Lotito somiglia tanto a Elsa, la primogenita della famiglia reale che ha il potere magico di manipolare il ghiaccio e la neve. C'è il gelo attorno e restano tutti a distanza: Formello è inavvicinabile, pare una tundra e dal derby del 9 febbraio a oggi nell'Olimpico c'è stata una media spettatori simile a quella d'una sfida a curling. Come è possibile che il rapporto fra il gestore e i laziali si sia mantenuto ispido nonostante sei operazioni in entrata e qualche timido tentativo di riavvicinamento? Eppure ha mantenuto quei tre che avevano mercato Candreva, Keita e Biglia e ha festeggiato il decennale di presidenza con Basta, Parolo, De Vrij, Djordjevic, Gentiletti e Braafheidd. No, non c'è risposta, il signor Claudio non sarebbe amato neanche se portasse in dote Messi, Di Maria e Ozil. Perché c'è un decennio di accuse, incomprensioni, sbavature d'ogni genere e interrogativi senza risposta. Serpeggia un costante malumore acuito da ogni mossa del presidente poco amato dal suo stesso popolo. Che osserva e s'interroga: che diventerebbe la Lazio se il latinista di Villa San Sebastiano la trattasse con le stesse accortezze usate per Carlo Tavecchio? Ecco, visto all'opera nell'affare federale il cinquantasettenne pedagogo ha acuito la rabbia degli oppositori. Non può? No, non vuole! Una sentenza comunque, ma non una condanna. Perché s'è deciso di tornare allo stadio e il 14 settembre contro il Cesena torneranno sui propri passi anche quelli del “Libera la Lazio”. Beninteso, senza abbonarsi, così da innescare quel meccanismo perverso del dispetto che diventa un boomerang.
Perché è vero che ottomila abbonati sono poco più d'un terzo di quelli di un anno fa e relegano il club al terzultimo posto nella speciale classifica di vendita appena davanti a Chievo e Cagliari; ma è anche vero che acquistando il biglietto di volta in volta, il “tiranno” nel tempo incasserà di più. Non c'è soluzione per un vaso di coccio che s'è rotto ed è stato incollato con il Super Attak. Per lo meno si risolvano gli enigmi scaturiti dopo la sconfitta di Milano: una rosa troppo ampia, che crea problemi a Stefano Pioli e costringe a un esborso di 10 milioni lordi di ingaggi per i tesserati in esubero; l'olandese De Vrij che chiede ai compagni di reparto di parlare in inglese ma resta inascoltato in uno spogliatoio dove si conversa in otto lingue; il francese Ciani che cinguetta rabbia perché non è stato ceduto; e ancora: Klose che a certe condizioni diventa un peso, Keita che gioca da solo, il dilemma portieri e il ritardato decollo di Gentiletti. Può bastare come inizio? Hans Christian Andersen ha sempre scritto favole a lieto fine ma nella Frozen biancoceleste l'autore ispirato deve essere Stefano Pioli, punito a Milano dall'esordiente Pippo Inzaghi per un sovraccarico di presunzione o forse per la smania di dimostrare subito le trasformazioni in positivo della nuova Lazio rispetto ai tempi scellerati di Petkovic, e alle minestre poco divertenti di Edy Reja. Pioli vanta una reputazione da precettore scrupoloso che non lascia niente al caso e invece a San Siro ha sbagliato tatticamente un debutto di facile lettura, visto che qualsiasi calciofilo sapeva che il Milan sarebbe stato pericoloso soprattutto in contropiede con le frecce El Sharawy e Menez. E' andata così, e Pioli si rifarà quanto prima. O almeno così vogliamo credere, mentre i laziali tornano allo stadio dopo sei mesi.
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