Città Celeste archivio2014 Veron: "Moratti soldi e passione. Cragnotti invece..."
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Veron: "Moratti soldi e passione. Cragnotti invece..."

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ROMA - Il più compreso nella parte è Julio Velasco, che se lo coccola con sguardi affettuosi e, indicandolo a tutti, ripete più volte il concetto, «è il mio presidente, il mio presidente». Sabato scorso Juan Sebastian Veron è stato eletto presidente dell’Estudiantes di La Plata, la città 60 chilometri…

ROMA - Il più compreso nella parte è Julio Velasco, che se lo coccola con sguardi affettuosi e, indicandolo a tutti, ripete più volte il concetto, «è il mio presidente, il mio presidente». Sabato scorso Juan Sebastian Veron è stato eletto presidente dell’Estudiantes di La Plata, la città 60 chilometri a sud di Buenos Aires nella quale Velasco è nato e cresciuto, e l’allegria con cui il grande tecnico della pallavolo lo accoglie lascia intendere quanto sia sincero il suo tifo per il locale club calcistico. Che poi locale… L’Estudiantes ha vinto sei titoli argentini, quattro Libertadores e l’Intercontinentale del ‘68, discreto palmares per una società di taglia assai distante da River o Boca. In Italia divenne famoso nel ‘69 per la battaglia — una volta tanto parola adeguata — col Milan di Rivera. I rossoneri portarono a casa l’Intercontinentale dopo un drammatico «ritorno» in Argentina: di quel terribile Estudiantes facevano parte il padre di Juan Sebastian — Juan Ramon — e Carlos Bilardo, destinato 17 anni dopo a vincere il Mondiale da c.t. dell’Argentina di Maradona. Sabato scorso Veron è stato eletto col 75% dei voti, prevalendo nettamente sul rivale Lombardi, che fra i propri sostenitori contava proprio Bilardo. A urne scrutinate, la prima domanda a Sebastian è stata «ora che ne sarà del Narigon (il naso dell’ex c.t. è alquanto pronunciato, da cui il soprannome, ndr)?». Lui ha guardato i cronisti come se fossero matti, e ha risposto serafico: «Questa è la casa di Bilardo e lo resterà per sempre. Le porte sono aperte, abbiamo avuto idee differenti ma ci manca solo che lo tenga fuori… Lui è l’Estudiantes». Una simile capacità di vincere non è da politico. È da statista.

Cinque mesi fa lei si è ritirato dal calcio giocato. Ora ci rientra come presidente, nel club che ha segnato la sua vita. Per fare cosa?
«Per cambiare. Lo sport argentino ha sempre funzionato in modo paternalista: il presidente decide tutto, gli altri obbediscono. Io appartengo a una generazione di atleti che ha vissuto molto all’estero, e siccome siamo amici fra noi ne parliamo: Ginobili e Scola nel basket, Pichot nel rugby, io e altri nel calcio. Vogliamo cambiare, portare le nostre esperienze europee e americane. Vogliamo introdurre il lavoro di squadra, perché da solo nessuno combina più nulla di buono».

Quali sono i primi obiettivi che si prefigge?
«In Argentina una società sportiva è molto più di una squadra per cui tifare. È il luogo in cui vai con tuo padre, tuo fratello, i tuoi amici, è una famiglia allargata. È una parte importante della tua vita sociale, l’estensione del cortile di casa, e in questi anni di crisi è l’istituzione nella quale crescere i bambini. Io li vedo arrivare al pomeriggio, magari dopo due ore di camminata per raggiungere il centro sportivo, magari senza aver mangiato dopo scuola, magari scappati da casa perché papà e mamma non stanno più assieme ma non hanno il denaro per separarsi, e qualcuno diventa violento. Ecco, il mio Estudiantes deve proporsi come genitore, allenatore, psicologo: una rete di protezione».

Platini, Rummenigge, Savicevic. Il panorama dirigenziale si è arricchito di ex campioni. In Italia ci ha provato Albertini, senza successo.
«Ho seguito la campagna elettorale di Demetrio. Ho tifato, anche. L’unico consiglio che posso dargli è quello di non scoraggiarsi, di preparare la rivincita. Anche in Italia esiste una classe di vecchi dirigenti che non vuole saperne di abbandonare le posizioni di potere, ma il tempo è dalla nostra parte».

Veron, che cosa si è portato a casa degli anni in Italia?
«Eh, che bella domanda. Vero Mancio?»
Roberto Mancini è seduto accanto a noi, complice divertito. Siamo nel padiglione nobile di un grande albergo parigino perché un vecchio amico di tutti noi, Valter Di Salvo – ex preparatore atletico di Lazio, United e Real – ha organizzato un grande convegno in qualità di direttore del dipartimento di performance calcistica dell’accademia Aspire di Doha, Qatar. «Hai sempre detto di avermi voluto tu alla Samp, vero?». È vero, gli risponde Mancini, e possiamo confermarlo come testimoni dell’epoca. Era il 1996. «Da ragazzo mi svegliavo presto domenica perché la tv argentina dava una partita della A – Veron parla con voce sognante -. Era quasi sempre il Napoli di Maradona, ma ricordo di aver visto anche parecchie gare della Samp: c’era Cerezo, Lombardo che aveva già la pelata, e poi Vialli e Mancini, Mancini e Vialli, il telecronista ripeteva sempre quei due nomi. Così, quando al Boca mi dissero che la Samp mi aveva acquistato, sapevo dove stavo andando. Però l’emozione di incontrare Roberto…». Il tono irridente è scoperto, Mancini lo interrompe fingendosi seccato, Veron riprende ridacchiando: «Tu eri il capitano, e da noi il capitano è una figura importante, che incute rispetto e un po’ di timore. Ci siamo incontrati la prima volta in quel ristorante sul mare, e mentre venivi a salutarmi le persone sedute al mio tavolo sussurravano “guarda che Roberto è come se fosse il presidente, ti ha scelto lui”. Che emozione conoscerti ». Se ami il calcio resteresti ore a sentirli scambiarsi battute, tanto è piacevole l’album dei ricordi che stanno sfogliando. «Mi insultava sempre – dice Veron in tono rassegnato, mentre Mancini ride senza più frenarsi – se gliela passavo un centimetro lunga o un centimetro corta, e soprattutto se non gliela passavo. La legge della Samp era ferrea: ogni azione doveva transitare per il suo piede». E al culmine della presa in giro, l’uomo che oggi presiede l’Estudiantes ridiventa serio: «Avevo 21 anni, e fino a tre giorni prima vivevo con mamma e papà in un altro continente. Senza la protezione di un amico come Roberto, avrei corso dei rischi. Non tutti maturano in una settimana».

Veron, eravamo rimasti all’Italia chiusa nel bagaglio del suo rientro a casa…
«Mi portai dietro un bella opinione su Moratti, perché era percepibile come nell’Inter non mettesse solo denaro, ma anche passione. Mi è spiaciuto apprendere che aveva venduto, l’ho vissuto come la fine di quella parte di passato che non andrebbe mai buttata. L’amore per una maglia, per dei colori, per un club che ti rimescola qualcosa dentro da quando eri bambino. Ecco, per capirci… Cragnotti e Tanzi non mi avevano dato la sensazione di un legame con Lazio e Parma cresciuto nel tempo. Non ne sto parlando male, quando ho saputo dei loro guai mi è dispiaciuto. Ma erano un’altra cosa».

Ha ancora il tempo per seguire la Serie A?
«Non assiduamente ma un po’ sì, certo. Non ho visto Juve-Roma, ero in aereo per venire qui, e non saprei che dire a proposito delle polemiche sull’arbitraggio. Però penso che la Juventus abbia ancora un filo di margine, e quel filo si chiami Tevez. Da quando è a Torino sembra rifiorito, sta giocando benissimo e sono abbastanza certo che in un futuro vicino tornerà nella Seleccion… Diamo tempo al nuovo c.t.». Mancini e Velasco, che si è aggiunto alla comitiva, si danno di gomito come se la presidenza dell’Estudiantes fosse per Sebastian il primo passo per diventare presidente federale (in Argentina lo prevedono tutti da anni, e dopo la scomparsa di Grondona le voci – magari non subito, ma neanche fra tanto – sono aumentate). Il senso dell’ironia è: tra un po’ ordinerà al suo c.t. di richiamare Tevez in nazionale. Veron li lascia fare, ormai siamo ai saluti. Ma resta il tempo per un’ultima domanda.

Cos’è per lei Platini?
«Un grande punto di riferimento. Dovesse capitare, per la Fifa voterei lui, certo non Blatter». (GdS)

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