Felipe Anderson e la carica del giovani
Il ragazzo della panchina è rinato per se stesso e per gli altri. E’ rinato per rilanciarsi e per spingere i baby laziali verso la riscossa. La vecchia guardia stava riprendendo quota, la scalata di Felipe Anderson e i segnali fatti registrare da Keita contro l’Atalanta hanno rimescolato piani e carte. Il ragazzo della panchina era Felipe Anderson ed è rinato così: allenamenti extra, allenamenti più lunghi, allenamenti praticamente doppi. Lui rimaneva in campo quando gli altri rientravano negli spogliatoi. Lui stava lì, davanti alla porta, palleggiava, tirava a raffica, aggiustava la mira. Pioli era al suo fianco, lo è stato sin dal primo giorno di ritiro. L’invito della società era chiaro: Felipe Anderson aveva bisogno di fiducia, di miglioramenti, il suo talento andava allenato e affinato. Felipe Anderson aveva bisogno di studiare ancora di più il calcio italiano, di trovare continuità. Pioli ha sposato la missione e la sta portando avanti con ottimi risultati.
La crescita. Non è mai finita, il motto vale per una partita, per un gioco, per una storia. Felipe Anderson l’ha capito ed è risalito. A lui veniva tutto naturale e facile in allenamento. Impressionava con le accelerazioni, con i dribbling, tutti ne parlavano benissimo. Ma in campo, durante le gare ufficiali, deludeva, s’inceppava, sbagliava. Non è rinato d’incanto, è rinato perché è stato svolto un lavoro preciso, perché la società ha continuato a credere in lui, perché Pioli ci ha puntato e non l’ha mollato neppure quando i risultati non arrivavano. Felipe Anderson è caduto, ha sofferto, ha rafforzato il carattere, ha trovato continuità. Si sente più libero mentalmente e tatticamente, gioca in modo più semplice senza snaturarsi. I colpi non li trova soltanto perché fanno parte del suo repertorio, li trova perché ha imparato a gestirli, ad azionarli al momento giusto. Praticità e fantasia, è il mix ideale. E’ così che sta giocando Felipe Anderson, è così che sta piacendo. Più volte, di recente, ha confessato le sue emozioni, ha raccontato le sue sensazioni: «Ho imparato a giocare in modo più semplice, a restare concentrato per tutta la gara, questo mi mancava. Da quando sono arrivato tutti mi chiedevano prestazioni così, adesso sono in crescita, non mi fermo. Sto facendo il mio gioco, sento fiducia, l’importante è aiutare la squadra segnando gol o firmando assist. E’ il mio obiettivo». Gli allenamenti extra sono serviti e anche le critiche, per quanto gli abbiano fatto male l’hanno scosso. Oggi Felipe Anderson non è più il ragazzo della panchina, è diventato titolare. La maglia vuole tenersela stretta, per riuscirci deve riconquistarla ogni giorno.
La Champions. Il diesse Tare, ad inizio stagione, pronosticò la sua esplosione: «Sarà il suo anno», disse. La profezia può avverarsi, la stella si è accesa. Felipe Anderson lotta per se stesso, è il baby più in forma del momento, è diventato un esempio anche per Keita. Lo spagnolo esplose nel novembre 2013, oggi è in ritardo. Sono molto amici, si sono scambiati i ruoli (non quelli tattici). Keita un anno fa era sulla cresta dell’onda, oggi no. Felipe Anderson un anno fa arrancava, non giocava, oggi vive un momento magico. La Lazio ha bisogno di tutti i suoi talenti più giovani. Il progetto può riprendere vita, ragazzi. (Corriere dello Sport)
© RIPRODUZIONE RISERVATA