di ALBERTO ABBATE - Pubblicata ieri 4/10 ROMA – A tutto c'è un limite. Giustissima l'inchiesta per spalare il marcio del calcio italiano. Ha prodotto risultati, arresti e scoperchiato un'altra volta – ovviamente non del tutto – la sporcizia sul pallone dorato. Ma adesso – e, in diversi passaggi, pure…

di ALBERTO ABBATE - Pubblicata ieri 4/10

ROMA – A tutto c'è un limite. Giustissima l'inchiesta per spalare il marcio del calcio italiano. Ha prodotto risultati, arresti e scoperchiato un'altra volta – ovviamente non del tutto – la sporcizia sul pallone dorato. Ma adesso – e, in diversi passaggi, pure in passato - “Last Bet” sta davvero scadendo nel ridicolo. Almeno nei termini. Il pm Di Martino ha scovato tanto, ma non lo ha certo fatto gratis. Ha guadagnato una fama impensabile. Da troppo tempo però sembra insaziabile, bulimico, ossessionato dalla voglia di riapparire sempre sulle pagine dei giornali. Per un'indagine che ormai s'è arenata da anni. Leggere ieri che “i periti non hanno potuto esplorare il cellulare di Mauri perché non ha fornito il pin” è come tornare bambini e rituffarsi nella “sfiga” dell'ispettore Zenigata. Che, pur avendo Lupin a un palmo di mano, non riusciva ad acciuffarlo neanche se glielo consegnavano in manette.

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QUANTI SOLDI - Mauri non è Lupin, Di Martino non è Zenigata, questo non è un cartone animato. Una Procura della Repubblica dovrebbe centellinare le gaffe o, meglio, quelle che risultano tali al senso comune dell'intelligenza. Il 29 ottobre è attesa un'altra udienza, ci sarà solo il contraddittorio. E, udite, udite, per difendersi Stefano dovrà pagare persino i diritti della cancelleria del Gip Salvini. Tradotto: il materiale trovato è raccolto in circa 200 Cd da 250 euro l'uno. Ad ogni modo, Mauri spera nell'archiviazione del suo caso, dopo i vari rinvii a giudizio. L'Italia vorrebbe solo che venisse ripristinata la verità, non la veridicità dei “misfatti”. E, se non è possibile farlo nel breve, si continui a cercare in silenzio. Senza “stupidi” spifferi da manga giapponese. Basta urlare “al ladro, al ladro”...Questa è un'inutile isteria.

IL PIN DOPO UN ANNO - "Mauri non ha fornito il pin", annunciavano alla stampa ieri da Cremona. Ebbene, la vicenda va spiegata in modo dettagliato: ieri giorno dell'udienza, dopo un anno di perizie, in Procura si sono ricordati che non potevano accedere ad alcuni tablet e cellulari. Così ieri stesso è stato chiesto agli avvocati di chiedere le password ai propri assistiti. Perché? Perché nel computer di Stefano, "libero" da pin, con le loro "parole chiave" gli investigatori non avevano trovato nulla di compromettente. L'avvocato Melandri ieri aveva chiesto tempo perché Mauri si stava allenando. Una volta raggiunto telefonicamente a Formello, Stefano non ricordava il pin: "L'avevo comprato tre mesi prima quel cellulare e lo cambio in continuazione... Devo fare mente locale". Mentre il laziale "meditava", a Cremona facevano subito uscire la notizia di un rifiuto a fornire quanto richiesto. Ma poi, senza l'aiuto di Mauri, è davvero così difficile risalire a un pin per una Procura? O siamo tutti al sicuro oppure in pessime mani.

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