Queste le parole del noto scrittore di fede biancoceleste in una lettera alla nostra redazione
di Franco Recanatesi
ROMA - Lui per me era Felix, io per lui ero Frank. L’amicizia vera nacque una sera al ristorante “Mamma Rosa” di New York. 26 maggio 1973, tournée americana dopo la prodezza-delusione di uno scudetto sfiorato.
Al Roosvelt Stadium primo confronto con i brasiliani del Santos, che dopo nove minuti vanno in gol. Non con
un giocatore qualsiasi, ma con un certo Pelè: calcio di punizione beffati barriera e portiere. Rivincita appena due giorni dopo a
Chicago. Stavolta Pelè – 33 anni ma ancora una furia - impiega ancora meno, sette minuti, a portare in vantaggio il Santos. E alla
mezz’ora raddoppia, e poi doppietta di Jair Da Costa e gol di Chinaglia e La Rosa. Torniamo a New York, si va a cena al ristorante italiano. Stuzzico Pulici: ”Sette gol in due partite, non c’è male come inizio”. Oddi, Wilson, tutta la squadra mi guarda come si potrebbe guardare un condannato a morte. Felice non è di quelli teneri, come fosse cosparso di benzina prende fuoco in un attimo. E invece… Sorpresa. Mi guarda e sorride: “Ora posso raccontare di avere preso tre gol dal miglior giocatore del mondo”. In quel momento ho capito che l’empatia fra me e lui aveva raggiunto una vetta altissima.
L’empatia era scattata presto, quando Pulici arrivò a Roma da Novara con una piccola valigia e un alone di scetticismo. Pulici?
Quello della seconda peggior difesa del campionato di B? Quello che all’Olimpico ha preso cinque sberle? E perché proprio lui?
Lo stesso Felice se lo chiese quando andai a intervistarlo alla pensione Paisiello. Il trasferimento dal Novara alla Lazio lo aveva
colto di sorpresa, mostrava un’aria spaesata, qualche dubbio nell’anima. Proprio lui perché Bob Lovati aveva avuto l’occhio
lungo, confortato da una bandiera biancoazzurra, Silvio Piola: “Prendilo, è bravo davvero”, gli aveva suggerito. Felice ci mise poco a scrollarsi di dosso una grigia reputazione e l’aria di provincialotto piombato chissà perché nella squadra metropolitana. Si mise al lavoro con la tempra e l’umiltà che suo padre Piero, operaio alle acciaierie Falk di Sesto San Giovanni, gli aveva trasmesso. Fece gruppo con i “milanesi”, come venivano definiti quelli del Nord (Frustalupi e Re Cecconi che abitavano con lui alla pensione Paisiello, Garlaschelli, Moriggi, il suo secondo che non troverà mai spazio) e ondeggiava fra i due clan che facevano capo a Chinaglia-Wilson e a Martini-Re Cecconi, divenendone l’equilibratore oltre che il braccio destro di Maestrelli.
Un uomo di ferro. Forse tuttora un portiere record: sette campionati senza mai saltare una partita, due con il Novara (38+38) e cinque con la Lazio (30x5), 226 presenze consecutive. E un secondo primato di 16 gol subìti nel campionato 1972/73 con una media di 0,53 a partita. E un cuore che in brevissimo tempo si tinse di bianco e azzurro senza mai scolorire, neanche quando
Lotito lo mise alla porta. Pulici è un pezzo di storia della Lazio, un pezzo importante lungo circa 40 anni: giocatore, allenatore, responsabile delle giovanili, direttore generale, legale. Nel 1982 si era laureato in giurisprudenza mentre allenava la Primavera: tolse parecchie castagne dal fuoco a Chinaglia, a Cragnotti e all’ingrato Lotito, salvò la società che stava affogando nel mare torbido di una calciopoli. Negli ultimi anni parlava della Lazio con tanta amarezza e tanto amore. Ricordava spesso quando dopo Lazio-Foggia corse a Milano con le scarpe di Martini per conoscere il secondo figlio Gabriele che Paola aveva dato alla luce mentre la squadra stava conquistando lo scudetto. E quando fece parate mostruose pochi giorni prima della scomparsa di Maestrelli pensando che il Maestro fosse in tribuna. E quando Oddi infilò la sua rete: “Colpa sua”. “Dovevi uscire, asino”, gli rispondeva Giancarlo. Un carattere focoso e tenero allo stesso tempo, scorbutico e gentile, ironico mai altezzoso, sempre pronto alla battaglia e alla battuta. Affrontava con lo stesso spirito le sfide sportive, quelle a carte (ricercatissimo come compagno nella “briscola chiamata”) e quelle per la vita. Un cuore matto da tanti anni, un brutto male da pochi. La morte di Mario Facco lo aveva provato assai. Alle esequie del compagno voleva andare contro il volere dei medici. Mandò il figlio Gabriele, un ragazzo alto più di lui, magro come un giunco. “il figlio dello scudetto”, lo chiamava con orgoglio.
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