Fonte: Corriere.it

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Papa Francesco: «La corruzione è una forma di bestemmia»

CITTA' DEL VATICANO - Nuove frecce del Papa, oggi, su tre nemici che sempre lo scatenano: la corruzione che è «bestemmia», le mafie della droga che uccidono, la tendenza clericale a «sterilizzare» la Chiesa. Tre discorsi a interlocutori diversi: l’omelia del mattino, il saluto a un convegno sul narcotraffico, una conversazione con gesuiti. Ne sono venuti tre moniti uniti dalla parlata onnivora e di camaleonte tipica di Bergoglio: una lingua che si ciba di tutto e prende il colore del cibo assimilato.

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Corruzione

«La corruzione», ha detto di prima mattina al Santa Marta commentando un brano dell’Apocalisse sulla “caduta di Babilonia”, «è il modo di vivere nella bestemmia, è una forma di bestemmia. Il linguaggio di questa Babilonia, di questa mondanità, bestemmia: non c’è Dio, ma c’è il Dio denaro, il Dio benessere, il Dio sfruttamento». La conclusione l’ha improntata alla stessa violenza metaforica: «Questa Babilonia, questa mondanità, questa regalità del mondo che seduce i grandi della terra – alcuni non cadono e sono santi, altri cadono nel potere della corruzione, nel potere della bestemmia – cadrà come è caduto Satana».

Narcotraffico

La stessa intonazione di condanna biblica ha ispirato a Francesco il monito ai narcotrafficanti, che ha formulato parlando a un convegno dell’Accademia vaticana delle scienze su «problemi e soluzioni di questa piaga mondiale». Ha sollecitato il controllo dei circuiti di corruzione e del riciclaggio del denaro, avvertendo che «quando si vogliono cercare le reti di distribuzione ci si trova a una parola di cinque lettere: mafia, che uccide chi combatte la schiavitù della droga. La lotta è difficile», ha aggiunto, «specie quando ci si mette la faccia e si ricevono intimidazioni, ma si tratta di difendere l’intera famiglia umana». Quanto alle vittime di questa «dipendenza chimica», Bergoglio ha detto che «non possiamo cadere nell’ingiustizia di classificarle come oggetti e attrezzi rotti, perché ogni persona deve essere valorizzata e apprezzata nella sua dignità al fine di poterla recuperare».

«Sterilizzare la Chiesa»

Dalla condanna biblica al sarcasmo: la vocazione al linguaggio camaleontico che dicevamo ha suggerito al Papa argentino una caustica metafora ginecologica per disapprovare la tendenza degli ambienti clericali a impedire lo sviluppo di protagonismi laicali e di vocazioni al sacerdozio che possono manifestarsi in ogni ambiente, anche in quelli più poveri. «Credo che le vocazioni esistano», ha detto in una conversazione del 24 ottobre con i confratelli della Congregazione generale della Compagnia di Gesù, pubblicata giovedì dalla Civiltà Cattolica, «semplicemente bisogna sapere come vengono proposte e quale cura ricevono». In particolare ha affermato che «non promuovere vocazioni locali è un suicidio, significa né più né meno sterilizzare la Chiesa, perché la Chiesa è madre. Non promuovere vocazioni locali è una legatura delle tube ecclesiali. È non lasciare che quella madre abbia figli suoi». In altra occasione aveva bollato come «inseminazione artificiale» la tendenza a cercare vocazioni nei Paesi poveri. Nello stesso scambio di domande e risposte con i gesuiti ha parlato con questa libertà quasi gergale della sua elezione a Papa: «A farmi entrare in questo ballo non è stata una convergenza di voti, ma c’entra Lui (lo Spirito Santo). Questo mi consola molto».

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